Ho iniziato a leggere Palomar sul ferrocarril, stamane.

L’ho ripreso ora, dopo aver cenato con un piatto di pasta al sugo che ho lasciato ridurre a fuoco dolce.

Come può essere dolce un fuoco?

Lo leggo dal mio kindle, lasciando che l’aggeggio poggi sulla bottiglia di Alhambra Reserva che ho comprato sabato, quando ho fatto la pizza ma la pizza senza birra non me la meritavo. Comunque, sono seduta sul ciglio della sedia, con le gambe allungate sotto il tavolo. Palomar mi interessa, pensa cose che ho già pensato ma sono scritte meglio di come ho mai pensato di esprimerle. Sento una sorta di massaggio alle mie sinapsi man mano che vado avanti. Mi sorprendo, scopro parole nuove.

Tu siedi all’altro capo del tavolo. Leggi anche tu, qualche pallosissimo pippone storico che adori. Ogni tanto mi dai un’occhiata. Guardi le mie mani, come accavallo le gambe, il modo in cui sposto i capelli da una parte e mi danno quell’aria da orgasmo appena raggiunto. Il silenzio intervalla il fruscio delle pagine. Sento frusciare il collo del piede. Sei tu che nascosto dal massello cerchi di comunicare qualcosa.

“Sono impegnata! Cerca di leggere anche tu” penso.

Il fruscio smette.

Palomar ora guarda le tartarughe, le osserva rincorrersi nel prato. Il fruscio riprende, ma sono assorta e mi rendo conto solo a metà che non sei più all’altro capo del tavolo. Dove sei sparito?

Ah, ho capito. Il fruscio continua, sale dal collo del piede alle caviglie, alle ginocchia, e penso che hai capito più di me quanto può essere dolce il fuoco.

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“Facciamo un gioco: se fossi con te ora, cosa faresti?”

“Sicuramente ti direi che sei un coglione. Mi incazzerei, ti direi come ti sei permesso di venire qui a profanare il mio angolino di pace, forse proverei a darti uno schiaffo. Ti urlerei contro tutto quello che ho covato in questi mesi, e tu mi guarderesti come una pazza, pensando che in fondo ho tutte le ragioni del mondo per non volerti più vedere. Allora mi lasceresti sfogare, finché mi siedo sul bordo del letto, con il fiatone, rossa in volto, senza più voce.”

“Infatti. Farei così. Ti lascerei sfogare e mi inginocchierei, poserei la testa sulle tue gambe, in silenzio. Finché non deciderai cosa fare di me. Se decapitarmi o passare le dita tra i miei capelli, ordinando le ciocche e seguendo il profilo dell’orecchio. Se asciugarmi la lacrima che non scenderebbe, ma resta aggrappata alle ciglia. Potremmo restare così in eterno.”

“È un bel momento per l’eternità.”

Ho fatto un colloquio per la Nuova Zelanda e tu non eri al mio fianco.

Sto ancora cercando di abituarmi a camminare senza di te.

chissà quanto mi avresti rotto le palle con la storia di me che parto per stare lontano da te e tu che invece resti dove sei.

Ma se parto per stare lontana da te, com’è che ti sento lo stesso?

“Quindi? Mi devi dire qualcosa di consistente o continui a tergiversare?”

“Sono stato un coglione. Lo sono ancora.”

“Dai! Serio? E te l’hanno suggerita o l’hai pensata tutta da solo questa battuta?”

“…”

“Beh, cosa pretendi da una che ha il cuore di ghiaccio?”

“Non pretendo niente. Voglio solo scusarmi per come mi sono comportato.”

“Non me ne faccio un cazzo delle tue scuse, mi ci pulisco il culo! L’hai già fatto questo patetico teatrino e io ti ho creduto. Per prenderla in culo di nuovo. Basta. Non ti credo più, non ti crederò mai più. Sei un bugiardo, codardo, incostante, incapace di portare avanti una relazione in modo sano e serio! Ti rendi conto che abbiamo litigato per la maggior parte del tempo? Che mi hai accusato di qualunque cosa? Di essere insensibile, non innamorata, di non considerarti, di volermi scopare uno che mi aveva fatto ridere! Sei pazzo se pensi che io voglia tornare in gabbia. Perché così mi sentivo: in gabbia. Incatenata. Qui sto bene, sono lontana dai posti che mi ricordano te, sono tranquilla. Perché pensi che vorrei rivivere tutto quello che mi hai fatto passare? Non sono così masochista. Mi hai detto che non mi ami, che per partire dovevi lasciarti tutto alle spalle. Com’è che sei qui ora? Non sapevi se era la cosa giusta da fare? Non è questione di giusto o sbagliato. È questione che se ami una persona lo sai. Così come lo sai se non la ami. E tu l’hai dichiarato parecchie volte. Con quelle esatte parole, con i gesti, gli sguardi, con tutto.”

“Non so cosa mi è preso…”

“Te lo dico io cosa ti è preso: sei partito e hai visto così tanta figa e il cazzo ti tirava talmente che hai pensato chi te lo faceva fare di stare con una che forse avresti visto a Natale. Tu te le volevi scopare tutte, e magari qualcuna te l’ha pure fatta odorare, ma non appena ha capito l’andazzo si è dileguata. E tu hai fatto dietrofront e ora stai tornando. Di nuovo. E io sinceramente mi sono rotta i coglioni di questa storia che mi lasci e mi riprendi quando cazzo vuoi. Adesso ti fai un bel giretto a fanculo, eh, che dici?”

“Dimostramelo. Vieni qui un paio di giorni, vediamo se c’è qualcosa oltre la voglia di scopare.”

“È come faccio? Devo prendere i biglietti, trovare un posto dove stare…”

“Esatto. Come tutti. E comunque non sono problemi miei. Qui non puoi stare.”

“Ok. Allora vedo.”

“Ah, certo, Allora vedo. Vuol dire che non sei convinto e non verrai. Quindi avevo ragione. Non ti interessava più di tanto, stavi solo tastando il terreno per pomparti l’ego, vedere quanto ero disposta a vederti.”

“No, lo sai che…”

“Oh, e piantala. Ti conosco come le mie tasche. Adesso o torni con la luna, i pianeti e gli anelli di Saturno, o te lo puoi scordare. Hai detto che per scopare puoi andare a pagamento? Bene. Ora mi paghi. E sarà un conto salatissimo.”

Sei.

Sei mesi. È il periodo più lungo in cui non ci siamo parlati, da quando ci siamo conosciuti. Sei mesi eppure sembra ieri. Parlo con te ogni giorno, ti insulto, ti maledico, piango tra le tue braccia. Ti sogno. Spesso. Quasi ogni notte, incubi che ti riportano qui per una fugace comparsa, giusto per destabilizzare la giornata, il mio equilibrio precario.

Sono Euridice, qualcuno sta cercando di salvarmi dal regno dei morti ma non vedo la luce. Seguo la voce di quel Qualcuno, ma non sei tu.

Tu mi ci hai mandato, nel regno dei morti. Quante volte mi hai ucciso in due anni e mezzo? Tante quante ti ho permesso di farlo. Tante quante sono le volte che ho creduto fossi cambiato. Tu con tante belle parole ma poca voglia di metterle in atto. E io non potevo fare altro che raccogliere quel briciolo d’orgoglio che mi restava e andare via.

Tanto tu non mi ami. Così hai detto, e che per scopare potevi andare a puttane. Quanta eleganza. Ero la tua puttana quindi. Perfetto. Mi compravi con i regali, mi portavi a letto e poi mi buttavi via insieme ai resti del tuo orgasmo.

“Non credo di essere capace di tornare ad amarti”.

E se hai mentito, sarò il più grande rimpianto della tua vita.

Se mi chiedessero

“Hai la possibilità di scegliere tra una storia d’amore breve ma intensa, dove potrai toccare il cielo con un dito e alla fine soffrirai come se ti strappassero il petto dal cuore, o una vita tranquilla, senza grandi amori, senza grandi dolori…cosa sceglieresti?”

Senza dubbio sceglierei la seconda. Non voglio trovare l’amore per poi perderlo per sempre, non è giusto, non ha senso. Non sono in grado di sopportare questo dolore. Mi sento un colibrì a cui può esplodere il cuore per lo sforzo di volare, una cosa più grande di me che non so gestire, non ci so fare pace. Tu non mi ami, ma io sì. Ogni giorno combatto con questi sentimenti stantii, che non servono più a nulla, che ingombrano solo il presente e non lasciano spazio a nulla. Tu non mi ami e me lo ripeto ogni volta che il tuo ricordo bussa, ogni volta che vedo una tua foto, ogni volta che penso che non porti più il mio bracciale. Ogni volta che mi giro e non sei al mio fianco, ogni volta che vorrei baciarti la spalla, ogni volta che vorrei chiamarti, ogni volta che nel sonno cerco la tua mano per intrecciare le dita. Ogni volta che ricordo le tue ultime parole e quello sguardo spento, ogni volta che ricordo la nostra ultima cena, ogni volta che ricordo l’ultimo bacio negato. Ogni volta è un filo spinato attorno al cuore che stringe e lacera e non fa guarire. Ogni volta che potevi esserci e non ci sei stato. Ogni volta che c’ero e non mi hai lasciato entrare. Ogni volta. Ogni volta che non mi hai amato io ti ho amato tre volte tanto, e ancora adesso mi chiedo da dove arriva tutto questo sentimento che non serve più, fonte inesauribile di dolore immenso e di passi verso il nulla, lasciando solo le mie orme quando dovrebbero essere accanto alle tue, senza lasciarci la mano, cadendo insieme e rialzandoci più forti di prima.

Ogni volta.

3 sogni.

•una stazione. Notte. Ti incontro, tu eviti lo sguardo. Sei diventato un delinquente. Ingaggi una rissa con un altro, non so per quali motivi. Quando torni, hai tre ferite aperte sul viso. Vorrei dirti che devi andare all’ospedale, sono preoccupata, mi ignori, non mi degni d’uno sguardo.

•piango. Piango tantissimo per noi. Compari tu e mi abbracci, dici che vuoi soltanto me. Però non l’hai dimostrato, ti dico. E tu mi abbracci più forte.

•Vago a piedi nudi per il bosco, è folto e rigoglioso. Nel mio cammino trovo un ponte senza corso d’acqua, e alla fine del ponte un quadro. L’hai dipinto tu, pochi tratti neri su fondo bianco, decisi, ricorda un po’ la scrittura giapponese e mi stupisce, perché tu non dipingi. M’interrogo su cosa significhi e lo scenario cambia, sono in viaggio, ti percepisco e non ti vedo, questo mi turba perché invece vorrei terribilmente vederti, abbracciarti, stringerti ancora. So che sei dietro quel muro ma ti nascondi. Perché lo fai? Eri così fiero delle tue ragioni quando hai dichiarato che non mi ami più. Prenditene le responsabilità.

Quando sono con te

Mi sono innamorata.

L’ho sentita tra le note in crescendo e sono tornata bambina, quella sensazione di fiducia per il futuro, di profumo di cose belle, l’emozione di diventare grandi. Una di quelle canzoni che non riesco a spiegare la sensazione che danno, trascende la lingua, le distanze, il tempo. Senti che quella canzone è tua da quel momento in poi, come se l’avessi scritta tu, come se ti leggesse l’anima. Ecco, quella canzone era il tassello che mi mancava per definire quando ti ho conosciuto, quando mi sono innamorata. Era la voglia di abbandonarmi tra le tue braccia con la fiducia ingenua delle prime volte, la voglia di baciarti sotto la pioggia, nascondendoci dagli sguardi. La voglia di sentire l’odore del mare sulla tua pelle, di guardare le luci della città dal Bastione, mentre le mani non stavano al loro posto. Era tutto quello che immaginavo sarebbe stato, era il futuro con te, eri tu nella tua forma più pura, eri il tu bambino innocente che mi ha chiesto di giocare insieme. Eravamo tutto questo e l’ho ritrovato in una canzone, un giovedì di quattro mesi dopo l’apocalisse.

Mercoledì

Ho appena cenato. Il dolore alla spalla non accenna a scemare. “Má, mi fai un massaggio?” e arriva un po’ di sollievo. Sto seduta sulla seggiolina bassa, quella perfetta per ricevere il calore del fuoco del camino, ascolto per la millesima volta la storia di Marco Vannini. Quando successe era il 2015 e io avevo appena annunciato ai miei che mi stavo frequentando con la persona che mi sarebbe entrata sotto la pelle e nell’anima. Ricordo che mi balenò in mente lo scenario che raccontavano, solo che al posto di Marco c’ero io.

Perché l’ho pensato? Mi fidavo del mio ragazzo e della sua famiglia, nonostante li conoscessi da poco. Cosa avrei fatto se mi fosse capitato qualcosa a casa sua? Se avessero provato a sminuire la cosa, a sottovalutare la gravità dell’incidente? Sicuramente il mio pensiero sarebbe andato subito a mamma, a come giustificarle quelle mancanze. Mentre ricordo questi pensieri torno nella mia stanza, e proprio ai piedi del letto d’improvviso ti vedo abbigliato a puntino, la barba curata e i capelli tagliati di fresco, quel sorriso che mi fa impazzire, con un abito blu scuro e una camicia grigio perla, prendi la mia mano mentre il prete ti suggerisce le parole “prometto di amarti e onorarti ogni giorno della mia vita” e con dolcezza infili una fedina d’oro bianco al mio anulare, mi guardi negli occhi e dici che mi amerai fino alla fine dei nostri giorni. E io ti credo perché sei sincero, mi tremano le ginocchia e sento un brivido sulla nuca e i tuoi occhi si specchiano nei miei, e le tue mani affondano nelle mie ma io sono ai piedi del letto, e la mia mano non è tra le tue e non sei accanto a me, e indosso ho solo il pigiama ma sento ancora il tocco delle tue dita e il suono della tua voce nelle orecchie.